16 maggio 2006

FIOCCO BIANCO

Attraverso la Discoteca con passo deciso. Tutti mi guardano. Mi ammirano come se fossi la Psiche del Canova. È cosi che appaio ai loro occhi. Fredda e candida come marmo. Equilibrata e armoniosa nelle mie forme; nei mie movimenti. Fiocco bianco mi chiamano, anche se le mie labbra da geisha sono rosse come il fuoco e i miei capelli neri come la notte. Scendo le scale che portano al sotterraneo. Il rumore, dei mie lunghi tacchi di metallo rilucenti, rimbomba nel vuoto del corridoio. Sollevo la mano comandando alla spessa porta di aprirsi. Vedo schiudersi il mio regno. Un mondo di desiderio e piacere avvolto nella più tetra oscurità. Percepisco l’odore della passione e della paura che riempie il cuore delle mie bambole. Le vedo legate alle lisce pareti di pietra. Osservo i loro corpi. Questa notte ho voglia di una modella particolare. Mi sento estremamente creativa. Percepisco le loro menti. Mi desiderano. Ognuna di loro implora la mia attenzione.
Vogliono darsi a me. La mia scelta è fatta.
Annabelle sarà l’immacolata tela su cui sfogherò la mia arte in questa giovane notte.
Schiocco le dita. Uno spot posto sulla ragazza si accende e una fioca luce fa il suo ingresso in quel mondo di tenebra. Mi compiaccio con me stessa per la scelta. Lunghe gambe racchiuse in alti stivali di lattice, glutei sodi, vita sottile, schiena larga. Esamino la sua pelle. Perfettamente liscia. I polsi e le caviglie sono avvolte da bracciali di cuoio, bloccati al muro da sottili e corte catene. Partendo dalla parete faccio scivolare le mani lungo le sue braccia passando per le spalle e proseguendo fino ai fianchi. Le accarezzo il ventre. Con il braccio sinistro la stringo sentendo i suoi seni sodi. La mano destra risale fino al collo. Le spingo la testa all’indietro. Non mi può vedere, i suoi occhi sono coperti dalla seta. Le mie labbra si chiudono sul suo lobo che solletico con la lingua. La sento fremere. Odoro l’aria piena della fragranza del suo piacere. Il mio sangue si scalda. La bacio, assaporando le sue labbra carnose. Sento l’ispirazione invadermi. Penso ai miei servi ed essi appaiono. Curvi abomini di un’epoca antica. Errori di una giovinezza ormai passata. Ordino loro di possedere la ragazza. Si chinano a terra sapendo di non avere il diritto di rimanere eretti. Uno dei due afferra i polpacci della giovane appena sotto le ginocchia e, sollevando la testa, la penetra con un grosso membro nero fissato sulla bocca. Annabelle inizia a gemere leggermente seguendo il lento ritmo del servo. Non mi resta che iniziare il mio atto di crudo piacere. Snudo gli artigli. Lunghi e perfetti rasoi che si estendono dalla mie dita. Affondo i pollici nella pura carne della giovane quel tanto che basta per inciderla. Li ruoto allargando la ferita. Partendo dal foro seguo parallelamente la line della colonna vertebrale.
Annabelle si inarca mentre le sue grida tentano di farsi strada attraverso le spesse pareti della stanza. Il sangue inizia a colare copioso accumulandosi nelle fossette alla base della schiena per poi scendere, in delicate cascatelle lungo le cosce. Continuo a tracciare linee che si curvano e uniscono prendendo forma. Osservo il mio pensiero venire alla vita su quella morbida superficie. Spesso mi chiedo, vedendo con che facilità le mie dita disegnano indipendentemente l’una dall’altra, cosa potrebbe fare un pittore con pennelli al posto delle dita. Quanto potrebbe essere fluida, intensa e istintiva la sua arte?!
Ancora. si Ancora! Grida la mente di Annabelle.
Potendo sentire i suoi pensieri che si fanno strada attraverso uno strato di dolore, non posso far altro che cedere al piacere. Abbasso il mio volto su di lei lasciando che la lingua entri in contatto con la sua essenza ancora calda. Sento finalmente il mio corpo scaldarsi e prendere colore.
Uno stato di frenesia invade il mio essere. Rimango in balia degli istinti.
Incido ancora più in profondità le sue carni mentre rifinisco la mia opera.
Raggiungiamo l’estasi insieme.
La benda di seta è impregnata delle sue lacrime. Fisso quel reliquiario d’una umanità a me negata.
Le do il mio sangue. Le ferite scompaiono come per incanto e con esse anche il mio capolavoro;
sfogo di una delle tante notti di questa mia eterna solitudine.

AUTORE SIMONE

XOMEGAP - SCRITTURE METROPOLITANE


Il Team di XOMEGAP è stato invitato nell'ambito del nuovo ciclo di incontri di Scritture Metropolitane.
19 maggio, ore 18
"blog, blog, blog, scrittura in rete e dalla rete"
con XoMeGaP
e
Emiliano Cribari,
vincitore della sezione Poesia (categoria oltre 25 anni)
del concorso Mostra la lingua Holden! (2006)
Ecco di seguito il volantino con gli incontri del mese di Maggio.

13 maggio 2006

INIZIATIVA - FATTORIA DEL PARCO

Un evento da non perdere in queste belle domeniche di Maggio.
Il 14 e il 21 Maggio alla Fattoria del Parco di Gorzano (Modena), dalle 10 e per tutta la giornata ci sarà la possibilità di trascorrere il tempo a contatto con la Natura degustando i prodotti tipici della collina modenese e... scoprire letture interessanti.
Sarà infatti presente un banco dedicato ai libri, tra cui verranno esposti, tra gli altri, l'antologia di scrittori modenesi XoMeGaP e Ecstasy Love.
Un'occasione da cogliere al volo. E che sia uno splendido week end.
Per informazioni:
FATTORIA DEL PARCO 41053 maranello (MO) - GorzanoVia Cappella 109Tel. +39 0536/945786 - Fax +39 0536/945786 - Cell +39 339/3316990e-mail: info@fattoriadelparco.it
Responsabile Agriturismo: Atos MiozzoSito Internet: www.fattoriadelparco.it

SCELTA

Non puoi negare la verità di Dio se non puoi smettere di guardarlo. Non puoi disobbedirgli se non puoi smettere di ascoltarlo...Ma basta che qualcosa nasconda la Sua luce perchè tutto diventi possibile.Abbiamo creato il velo,l'ombra sottile che protegge la nostra libertàLa realtà illusoria che toglie loro ogni potere negando la loro esistenza.L’Elysio,“il mondo oltre il velo” custodito dai quattro Arcangeli Maggiori circonda questo piccolo universo.Siamo scappati, donando una scelta alla fragile stirpe dell' Uomo, l'ultima Sua folle creazione.Ci siamo nascosti quaggiù nel buio oltre il Velo che nasconde questo mondo alla sua vista.Credete ancora che le stelle siano tanti soli?Sono i cancelli.La luce filtra infida attraverso le inferriate che impediscono alle legioni celesti di farci nuovamente schiavi.Perchè so tutte queste cose? Perchè io sono uno di loro.Come loro chi? Non hai ancora capito?Noi siamo gli arcangeli ribelli , siamo i figli e fratelli di Lucifero, coloro che hanno guadagnato la libertà perdendo la grazia.Da millenni cercano di forzare i cancelli. Tramano in silenzio la nostra sconfitta.Siamo rimasti in pochi a conoscere la verità qui sulla terra, a proteggere i cancelli per impedire che entrino....purtroppo siamo stati creatori imperfetti,costretti a rattoppare l'universo oscuro che abbiamo creato, mentre il Tempo maledetto corrompe le nostre opere....E Lui e' sempre li, finchè le stelle brilleranno sapremo che è lì , nascosto dalla nebbia eterna che circonda questo inferno,attende....e ride....

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“Padre?”“Si Artemisia?”“Sta per succedere di nuovo....”il vecchio alzò lo sguardo verso la giovane dai lunghi capelli neri, stancamente le disse “Sai cosa devi fare vero?”“Si Padre, nostro portatore di luce” rispose la giovane e chinando il capo si allontanò.


Nel piccolo paese dell'appennino l'estate proseguiva lenta tra i ronzii delle cicale quando Andrea tornando a casa notò un piccolo negozio ,appena dietro alla chiesa,lungo il viottolo che fiancheggiava il muro del cimitero un'insegna dondolante con folletti e gnomi indicava “Artemisia, Arte & Magia” , due stanzette dietro a una piccola vetrina quasi ricoperta dall'edera della vicina aiuola , a fianco di un vecchio portone di legno di quercia chiuso.Nel pomeriggio doveva incontrarsi con Cristina,una ragazzina più piccola di lui di un anno, e visto che non sapeva bene come interessarla le aveva parlato della sua piccola scoperta e s'erano incamminati verso il retro della Chiesa .Sbirciando attraverso l'edera viaggiarono con la fantasia tra i vecchi libri ingialliti sullo scaffale dietro al bancone delle erbe o gli gnomi arcigni nascosti tra i tanti vasetti di terracotta dalle etichette multicolori che affollavano le mensole a fianco della porta. Una robusta catena fissata alla parete sinistra tratteneva un candeliere circolare incrostato dalla cera delle candele sempre accese. Decine di bottiglie e alambicchi ammonticchiati impedivano di vedere cosa sorvegliasse lo strano drago rosso dipinto sulla parete in fondo alla stanza.La luce delle candele creava mille riflessi ed ombre che stuzzicavano la fantasia e la speranza di vedere qualcosa di insolito.Poi verso sera,improvvisamente il portone si apri' e un'esile ragazza dai lunghi capelli neri apparve silenziosa di fianco a loro.“Ciao piccoli” “come vi chiamate?”il profumo degli aranci in fiore comincio' a riempire il viottolo....La ragazzina per niente intimorita le rispose ”Ciao, io mi chiamo Cristina” “e tu?”“Puoi chiamarmi Artemisia”“Che strano nome....”“Me lo dicono spesso” rispose sorridendo la ragazza. “Volete entrare?”Cristina si avvicino' al portone e guardandolo seria “io entro! vieni anche tu, vero?”Un po' intimorito Andrea guardò la strana ragazza e rassicurato dai suoi occhi seguii Cristina.Mentre osservavano gli oggetti sul bancone ricolmo di ciondoli,cristalli e tessuti i loro occhi si fissarono su di una mappa variopinta al centro del tavolo.“Quella è la mappa dell’Elysio, l'origine del mondo” spiegò la loro ospite.“Di solito però le terre sono circondate dal mare....perchè qui ci sono delle stelle?”“Ogni stella e' un passaggio per quel mondo”“Ma perchè hanno gli stessi nomi delle stelle del cielo allora?” chiese dubbioso Andrea“L’Elysio circonda l'universo intero e la sua luce che filtra fin quaggiù attraverso le stelle ” rispose seria.I due ragazzini la guardarono sospettosi e continuarono la loro visita.“Volete conoscere gli Angeli che da lassù guidano il vostro cammino?”“Perche' no?” risero divertiti i due ragazzi..“Seguitemi” disse indicando la porta ad arco che separava il negozio dal piccolo salottino nel retro. La luce del pomeriggio inoltrato brillava al di là dell'edera, solo le candele sparse un po' ovunque illuminavano di luce danzante il piccolo negozio.“Tu Cristina prendi il mazzo di carte dietro la scatola dei cristalli di quarzo”“Scusa che carte sono queste? Non sono tarocchi, li conosco bene”“Sono le carte dell’Elysio infatti, ma funzionano più o meno allo stesso modo”“Tu libera il tavolo rotondo nell'altra stanza”.Il piccolo tavolino era ricoperto da un telo di lino bianco decorato con un pentacolo rosso brillante.“Ogni carta rossa rappresenta un angelo guardiano e le carte blu le forze assolute” affermò poi
formando una strana spirale con le carte Artemisia intonò una specie di formula in qualche lingua a loro sconosciuta poi prese le loro mani e congiungendole alle sue“Il mio destino e' il vostro , il vostro destino e' il mio, scoprite ora una carte svelti”scoprirono una carta a testa
Maryliss “il sigillo” e Cerbero “il guardiano”
...........sono loro, Il Cancello cerca le sue chiavi........pensò tristemente .........
Mentre sollevava la sua carta Andrea, urtò il tavolo e una carta dal dorso blu con due cuori legati fra loro cadde sul tappeto.“E quella?” chiese curiosa Cristinasorridendo ad Andrea le rispose “Niente di importante e' la carta dei legami d'amore” appoggiando la carta sulle altre.“Ora che conosciamo le vostre carte guida posso insegnarvi leggere il loro significato....ci vediamo domani se volete.” e alzandosi li accompagnò verso la porta.“ Mi sono scordato le chiavi di casa di là” disse di scatto Andrea“Torna pure a prenderle...ti aspetto”lo rassicuròRientrato nel salottino prese la carta dei legami dal mazzo e sperando che gli portasse fortuna la nascose in tasca; mentre usciva sentì la voce di Artemisia sussurrare “Prova e andrà tutto bene...”“Che ti ha detto?” gli chiese curiosa la ragazzina.“Niente di importante” rispose arrossendo “ci vediamo domani”
Quel pomeriggio davanti alla bottega Andrea un po' intimorito dallo sguardo di Cristina cercava un modo per iniziare il discorso....“Andrea cosa c'è? Artemisia ci aspetta lo sai”“ecco io....insomma” le prese tremando le mani....poi facendosi forza “Mi piaci Cry”“Anche tu stupido......mi chiedevo quanto ci avresti messo a dirmelo...”E lasciandogli le mani lo abbracciò forte stampandogli un bacio sulle labbra....poi prendendolo per il braccio lo trascinò dentro la bottega.“Ciao Artemisia, tutto bene oggi?” gioiosa Cristina, seguita da Andrea ancora imbambolato dal bacio di prima...“Certo ragazzi, volete scoprire di nuovo le carte o avete voglia di curiosare nella biblioteca oggi?” Rispose dolcemente lei“Anche i libri antichi ?”“Si certo , sceglietene uno e poi mettetevi di là, mentre preparo il thè.La giornata passò veloce, tra le risate e la polvere dei vecchi manoscritti, parve loro di essere appena entrati quando la campana serale rintoccò lontana. Prendendo la mano di Andrea, Cristina scattò in piedi “ e' tardi dobbiamo andare.... dai sbrigati....”Li guardò correre fuori dal viottolo sperando ancora di aver sbagliato.Un lampo di luce illuminò per un attimo la stanza, e sentì la vecchia credenza scricchiolare sul pavimento.... stava proprio cedendo.
Il pomeriggio seguente, I due amici seduti sul divano stavano osservando la mappa del magico mondo di cui avevano letto segnando i luoghi di cui parlavano le leggende.Era incredibile quante storie e personaggi fossero descritti nei libri della biblioteca.“Sarebbe bello vederli vero?”“Già pensa che cosa fantastica trovarsi davanti al Drago della cascata”“Io vorrei passeggiare nei giardini incantati dell'Eden, pensa che piante e fiori stupendi vedremmo”“E le grotte segrete al di sotto della foresta di Cristallo, chissà quali tesori potremmo trovare...”Un lampo di luce squarciò la luce soffusa delle candele facendoli sobbalzare
“Che succede?”
Artemisia, con gli occhi lucidi, li guardo' e disse “Uno dei portali sta per aprirsi....Volete visitare L’Elysio?”“Ma esiste veramente?” chiesero insieme“Solo se lo volete”“Mostraci come entrare allora”Artemisia mosse la credenza verso l'angolo son un solo gesto della mano, rivelando un grande affresco, quattro angeli dalle ali nere puntavano le alabarde verso un grande portone dorato sospeso nel cielo notturno; immersi in un cielo ricolmo di stelle scostavano i loro visi dai raggi di luce intensa che filtravano dalle fessure tra le assi, quasi la porta stesse per cedere sotto la spinta di una tremenda esplosione di luce.“Andrea per favore prendi la pergamena sul tavolo”“Questa?”“Sì esatto, ora mettiti davanti alla parete e recita quello che c'è scritto”Dubbioso Andrea recito' quegli strani versi, e guardando Artemisia chiese“E ora?”“un' attimo di pazienza” lo zittì sperando per una frazione di secondo che non funzionasse....L'affresco ondeggiò come un stagno colpito da una pietra e istantaneamente si trovarono increduli sospesi nel cielo notturno circondati da stelle.Il grande portale era davanti a loro“Che sta succedendo?”“Siamo davanti ai cancelli non vedi?”sussurrò Cristina stringendogli la manoUna voce che non poteva uscire dalla labbra umane cominciò a recitare:

“Padre dell’Elysio io ti chiamo,non credo in questo mondonon vedo che polveredona loro la LuceApri i loro occhiDona loro la Veritàfalla risuonare in meIo portero' la luceApri i cancelli”

Il vecchio portone esplose e una cascata di luce si riversò su di loro mentre un frastuono terrificante e melodioso allo stesso tempo inondo' l'ariaAttratto dallo spettacolo grandioso Andrea e non si accorse di Artemisia che voltate le spalle alla luce sussurrava “Non voglio, non e' giusto .....no non voglio che succeda di nuovo ”Il frastuono aumentò di intensità accecando la sua mente......poteva solo sentire Cristina che urlava “Guardate la luce e' incredibile”Al che gli occhi di Artemisia si indurirono e come per trattenere un dolore piu' grande di lei sospirò “Perdonatemi ......perdonatemi ve ne prego” e sollevando un' antica alabarda nascosta chissà dove fino ad allora, la puntò verso di loro e colpendo Cristina urlò:

Dalla polvere,con la polverenella polvereLa nebbia eterna richiuda il cancelloLa loro anima proteggagli occhi dei mortaliil sangue di lei sarà il sigillo..”

“Ora ho capito perchè siamo qui maledetta” sussurrò debolmente Cristina osservando la sagoma di pura luce che si avvicinava all'apertura volteggiando “ ma non userai anche lui” e con un' ultimo guizzo d'energia spinse Andrea lontano dal portale.

“l'incomprensione di lui sarà schermoche si richiudano le portedell’Elysio”

Una croce di luce si sovrappose alla sagoma di Cristina poi un rumore assordante esplose dall'apertura annebbiando i sensi. Il suo corpo cadde ormai inanimato mentre il piccolo salotto riappariva attorno a loro..Nell'affresco il portone ben saldo sovrastava solitario il cielo stellato.“Dobbiamo salvare Cristina...che diavolo hai .....fatto Arte....mi ..sia ” urlo' Andrea disperato mentre perdeva i sensi.

..Che il sogno cancelli cio ' che il cuore non puo' accettarela polvere scenda su di tee il Velo ti conceda l'ingannoAddio AndreaDomani non ricorderai piu' nulla...
Artemisia svanì alla vista come polvere trasportata dal ventoE fu solo buio




La polvere ricopre nuovamente il cielo

Andrea aprì gli occhi di scatto, la luce del mattino filtrava attraverso la finestra socchiusa, un po' intontito scese per la colazione..... il bacio di Cristina l'aveva sorpreso, da mesi aspettava quel momento e adesso......L'eccitazione non lo faceva stare fermo. Non vedeva l'ora arrivasse il pomeriggio per rivederla.....che sogno orribile pero' .....Un foglietto di sua madre appiccicato al frigorifero recitava 'ricordati il pane mi raccomando'Mentre tornava dal fornaio con il sacchetto del pane, un signore in divisa gli si avvicinò e gentilmente chiese “Sei Andrea Casili vero?”“Si signore”“Cristina Montessori è una tua amica vero?”“Si certo”“Ieri eri con lei?”“Si.... ma cosa...” “fino a quando?” insistette l'uomo mentre sua nonna si avvicinava“fino alla campana serale piu o meno...”“e poi?”Arrossendo per la vergogna farfugliò “poi l'ho salutata e sono corso a casa perchè era tardi..” Il ricordo del bacio inaspettato e lo strano sogno che avevo fatto quella notte lo confondevano.......“puoi dirmi dove l'hai salutata?”“Era..va..mo proprio qui dietro” dissi indicando i viottoli dietro la chiesa.“Mi ci puoi portare?”chiese con calma l'uomo in divisa“Do..Dovrei riportare a casa il pane...” proprio non voleva ritrovarsi davanti ad Artemisia dopo l'incubo notturno.....“Ci penso io con la mamma non preoccuparti” cercò di tranquillizzarlo la nonna che fino al quel momento aveva assistito silenziosa alle domande del brigadiere.“va bene” imboccò il viottolo dietro la chiesa mentre il caldo estivo giocava con la luce creando illusori riflessi sulle pietre, confondendo ancor di piu' i suoi pensieri. Una sensazione plumbea non l'aveva più lasciato dopo colazione, l'incubo notturno continuava a ronzargli in testa, sperava sinceramente che Artemisia quel pomeriggio non fosse alla bottega.Perchè al brigadiere importasse tanto dove fossero lui e Cristina la sera prima proprio non riusciva a spiegarselo.L'insegna scrostata della bottega era scomparsa, il vecchio portone bloccato con vecchie assi era ricoperto da vecchie catene d'edera rinsecchite. Al suo fianco l'edera e le campanule arrampicatesi fin quasi al tetto erano state strappate da poco, lasciando uno squarcio di circa mezzo metro dove doveva esserci la vetrina. La corrente gelida proveniente dallo squarcio mimetizzò per un'attimo agli occhi degli adulti i brividi di terrore che correvano giù per la sua schiena,dove diavolo era finita la bottega, che stava succedendo?“E' qui?”“Andrea?!? Ti ho chiesto se e' qui il posto!” ripetè severa la signora Casili.“S..Sì,.....Credo di s씓Che vuol dire 'Credo'? Sei sicuro o no?”“E' che...non so come dire...” ormai tremava vistosamente “ ieri era diverso...”Il Brigadiere lo guardò un po' stizzito e infilò la testa nell'apertura giusto per dare un'occhiata.... quando i suoi occhi si abituarono alla penombra strozzo in gola un “Ommiodio” poi ordinò “Signora per favore porti subito il ragazzino a casa” e staccando la radio dalla cintura chiamò la centrale“sono il Brigadiere Roversi, di CastelGuelfo, mandatemi subito una unità della scientifica e un'ambulanza. Veloci.” riuscì a sentire Andrea mentre sua nonna lo trascinava via.“Nonna che succede?”“Zitto e seguimi” rispose brusca la nonna tirandolo verso la chiesa....Andrea scattò verso il muro scrostato del cimitero, liberandosi dalla stretta della signora Casili, e corse verso lo squarcio nell'edera; Doveva sapere cosa c'era là dentroSgusciò a fianco del brigadiere e si buttò dentro l'apertura.Un raggio di sole colpiva una treccia di capelli biondi nell'angolo più lontano.; appena gli occhi si abituarono all'oscurità vidi il viso di Cristina con gli occhi chiusi appoggiato dolcemente ad uno dei cuscini colorati che decoravano il divano nella saletta dove Artemisia aveva offerto loro il thè. Raggomitolata in un angolo,sembrava galleggiare su di un tappeto di rose rosse, non stava dormendo..... solo questo riusciva a pensare..... non stava dormendo...Il resto della stanza completamente disadorno era ricoperto di calcinacci,assi di legno tarlate e barattoli di vernice vuoti.... come se nessuno fosse entrato lì da decenni.Sentì due braccia trascinarlo fuori dall'apertura, sollevandolo di peso....mentre la sua mente ripeteva ..... non sta dormendo.....non sta dormendo.....Quella sera con lo sguardo fisso sul tramonto cercava di ricordare gli ultimi attimi con Cristina,ma come se un velo fosse sceso sulla sua mente i suoi ricordi non superavano l'attimo del bacio.... La Carta dei cuori intrecciati rubata dal mazzo il primo giorno, gli diceva silenziosa che non era pazzo....... ma lo sarebbe diventato presto.
Artemisia apparve silenziosa davanti al camino.... Incrociando le gambe si lasciò cadere stancamente sul morbido tappeto intrecciato che ricopriva la sala delle udienze, cercando di trovare un po' di conforto nel calore che proveniva dal debole fuoco che annaspava tra le braci.“Che hai bambina mia?”“Ho fatto ciò che dovevo,Maestro” sospirò mentre le lacrime le rigavano il volto“Capisco.....”“non c'era altro modo?”“Lo sai bene, solo il l'antico rito puo' mantenere chiusi i cancelli.”“Ma questo.....” Singhiozzò Artemisia“li condanna uno alla Sua vista e l'altro alla pazzia lo so!”Tuonò Lucifero“credi che io non muoia ogni volta che uno degli miei figli perde la libertà e viene condannato passare l'eternità in Sua presenza?...Ancora tremo dopo diecimila anni : Il Suo Pensiero che non ti abbandona mai, osserva e comanda ogni tuo movimento...la comprensione del TUTTO, mai un' attimo di pace....il peso infinito della Verità... quella maledetta luce......”“In cosa siamo diversi da Lui allora? In cosa?” urlò fra le lacrime“Noi non abbiamo scelta”e trattenendo rabbiosamente le lacrime uscì dalla stanza .
AUTORE S. PAOLINI

07 maggio 2006

IL VECCHIO DELLA MONTAGNA

Il vecchio della montagna

“Dove siamo? Ho paura!”. Alberto guardava il fratello maggiore con occhi pieni di speranza: solo Stefano poteva aiutarlo.
Tutt’intorno a loro la neve cadeva abbondante, rendendo il paesaggio alieno. Un vento gelido soffiava nella valle, sferzando due ragazzi che, inzuppati, cercavano un tenue riparo in una rientranza della parete rocciosa. La vallata risuonava dell’ululato dei lupi, la cui eco sembrava far rabbrividire le radici stesse dei monti.
Né Stefano né Alberto avevano idea di come fossero finiti lì. Sei ore prima stavano tranquillamente guidando le loro pecore all’ovile, poi la nevicata improvvisa e le terribili folate di vento avevano disperso il gregge e i cani. I due ragazzi avevano perso l’orientamento e si erano messi a vagare per i boschi scheletriti dal freddo. Ora era notte fonda e una coltre bianca, alta almeno mezzo metro, ricopriva tutto ciò che riuscivano a vedere.
Nel delirio della paura si erano spinti molto più a nord delle piste che abitualmente percorrevano, quando alcune ore prima un branco di lupi era sembrato farsi vicinissimo.
In quella strana sporgenza erano abbastanza riparati; Stefano, però, sapeva che il freddo presto li avrebbe sopraffatti: dovevano trovare un rifugio. Era buio pesto e ogni crepaccio poteva essere fatale.
“Guarda la su! – gli disse il fratello urlando per sopraffare il rumore del vento – una luce!”
“Hai ragione. C’è una grotta!”
Un centinaio di metri più su c’era un’apertura, raggiungibile con uno stretto sentiero scavato nella roccia. Emanava una luminescenza bluastra che ne illuminava l’entrata, dandole un aspetto spettrale.
“Dovremmo riuscire ad arrivarci”
“Non ne sono sicuro, ho paura”.
“Facciamo così. Te la senti di restare qui al riparo intanto che io vado a vedere cosa c’è nella grotta? Non vorrei trovare un orso o qualche altro animale”.
Alberto rabbrividì al pensiero di separarsi da Stefano.
“Ti prego, non lasciarmi, andiamo insieme”.
“Va bene”.
Il sentiero che portava alla caverna, in realtà, era una sorta di stretta scalinata scavata nella roccia. Sembrava fatta dagli uomini non dalla natura. Era incassato nella montagna, riparato da pareti di pietra, quindi la salita fu abbastanza agevole, mentre la luce cerulea si faceva sempre più forte mentre si avvicinavano.
Dopo aver aggirato lo sperone di roccia, il sentiero si faceva più dolce e invitante. I due ragazzi si addentrarono nell’anfratto sino a ripararsi completamente dalle terribili folate di vento.
La luminescenza sembrava emanare direttamente dalle pareti. Quella che avevano creduto una semplice grotta, in realtà, era una sorta di santuario: le pareti erano ricoperte di strani simboli che raffiguravano scene di caccia in cui bipedi dalla testa di cervo e dai piedi caprini combattevano con animali dalla strana forma. Vi erano delle statuette di legno appoggiate su una sorta di altare di pietra: raffiguravano esseri dal volto contratto in un ghigno ferino. Dal primo ambiente dove si erano fermati partiva un piccolo cunicolo buio. Tutt’intorno c’erano pietre disposte in maniera apparentemente casuale.
Si sedettero in mezzo all’antro, abbracciandosi per riscaldarsi. L’interno della grotta era stranamente immune dal rumore del vento che ci entrava come una specie di cantilena che cullò i due ragazzi sino a farli addormentare.

Il primo a svegliarsi fu Alberto. Fuori era ancora notte ma non nevicava più e il cielo sembrava di nuovo stellato. Stefano tremava accanto a lui. Toccandogli la fronte Alberto si accorse che era bollente: aveva la febbre. Si era tolto tutti i vestiti e aveva coperto il fratello con l’unica mantella rimasta abbastanza asciutta e per questo si era preso un malanno.
“Signore, fai non sia polmonite!”
Il ragazzino uscì dalla grotta per cercare qualcosa con cui accendere il fuoco. Ora che la tormenta era passata e la visibilità era aumentata, poteva osservare meglio il luogo dove si trovavano. Un costone di roccia era spaccato proprio nel mezzo a creare l’apertura di una grotta da cui si dominava una vallata imbiancata di neve. Il gelo era ancora pungente ma l’assenza di vento aveva migliorato le cose. Non c’era speranza, per lui, di trovare la strada di notte per andare a chiamare aiuto. D’altra parte anche accendere un fuoco era improponibile: tutto il legno che c’era era zuppo.
Rovistò tra le pietre ammassate nella caverna e trovò un fascio di legna asciutto.
La speranza tornò a crescere in lui: se c’era della legna, forse quel rifugio era meno sperduto di quanto avesse temuto. Forse l’indomani qualcuno sarebbe salito a vedere com’era la situazione e li avrebbe trovati. Intanto doveva accendere il fuoco, era stata una delle prime cose che Stefano gli aveva insegnato. Fortunatamente l’esca era rimasta abbastanza asciutta e, dopo alcuni tentativi, una timida fiamma crepitò vicino a loro. Il calore fece sussultare Stefano che acquistò un colorito migliore.
Alberto prese allora la neve e bagnò la fronte del fratello, per abbassare la temperatura. Dall’imboccatura del cunicolo, che sembrava la bocca di roccia della montagna, uscì un rumore simile ad un lamento. Alberto sussultò mentre Stefano emise un gemito strozzato.

“Dove siamo finiti?”. Si chiese. Le montagne, lo sapeva, erano piene di luoghi strani ma non aveva idea di cosa fosse quello strano posto e cominciò ad aver paura.
Adesso che il vento si era fermato poteva sentire uno strano fruscio provenire dal cunicolo: sembrava che la montagna respirasse, o meglio che alitasse su di lui un fiato freddo. Si avvicinò a Stefano e lo strinse a sé, avvicinandosi ancora di più al fuoco.
Stefano delirava. Diceva frasi sconnesse sul Demonio. Diceva di vedere schiere di dannati entrare dall’imboccatura della caverna e infilarsi nel cunicolo.
“Mandalo via!” – urlò a un certo punto – “Digli di non fissarmi! Ho paura!”
“Non c’è nessuno qui. Ci siamo solo noi. Dormi, domattina proveremo a scendere a valle”.
“Non siamo soli – sibilò Stefano – mi guarda e mi dice che è qui per noi”.
Alberto pregò. Chiese al Signore di proteggerlo da quella grotta così strana e di aiutare Stefano a riprendersi.
“Non può sentirti”.
“Chi non può sentirci, Stefano?”.
“Non è stato lui a parlare, sono stato io”. Alberto scattò in piedi brandendo un pezzo di legno come una mazza. Si era reso conto che il fratello non aveva parlato.
La grotta era deserta.
“Sei mio ospite, non devi avere paura: per me l’ospitalità è sacra”.
“Dove sei? Non ti vedo?”.
“Vuoi che mi mostri a te?”
“Si”.
Al centro della caverna apparve un vecchio dall’aria stanca, vestito con una tunica e un cappuccio e con una folta barba bianca ad incorniciare un viso coperto da centinaia di rughe. “Eccomi qui, vengo per aiutarti”.
“Chi sei?”
“Diciamo che abito qui da tempo immemorabile; c’erano ancora i Romani, o forse gli Etruschi. In altri giorni, ormai perduti, mi hanno anche adorato come divinità ma ora Lui vuole essere l’unico protagonista e per noi ci sono solo le briciole: qualche leggenda popolare, qualche scongiuro e alcuni che ci adorano scambiandoci per qualcun altro.
“Sei Satana?”
Il vecchio rise di gusto. “Ma fammi il piacere. Credi che il Principe delle tenebre si scomoderebbe a vivere in questo luogo angusto? No, dammi retta: anche lui è una prima donna come l’altro”.
“Allora chi saresti?”
“Diciamo una sorta di dio in pensione, anche se non è proprio una definizione giusta. Sono soprattutto qualcuno che era qui prima degli uomini e che può aiutare tuo fratello”.
“Davvero?”
“Certo. Stefano ha bisogno di cure o morirà. Gli servono un decotto di erbe medicinali e del cibo. Starà subito meglio, vedrai. Domattina, alla luce del sole, vi indicherò la strada per tornare a valle”.
“Cosa vuoi in cambio? – Alberto si fece di colpo sospettoso.
“Come sei diffidente. Non voglio nulla. Devi solo giurarmi sulla cosa che hai più cara al mondo che, quando avrò iniziato a curare tuo fratello, non cambierai idea. Le erbe che devo dargli hanno un pessimo sapore e per un po’ il delirio aumenterà. Poi, però, starà bene”.
“Sei sicuro che gli faranno bene”.
“Garantito – il vecchio sorrise mostrando denti piuttosto strani – quando hai deciso chiamami, io ti aspetterò”. Detto questo scomparve e Alberto restò solo con Stefano che farneticava e si contorceva mentre il fuoco si stava spegnendo. Provò a ravvivarlo ma la legna era finita. Andò fuori e la notte era ancora lunga e terribile.
Non aveva scelta. In fondo non aveva nulla da perdere. “Vecchio!” – chiamò “Accetto”.
L’anziano riapparve assieme a un piatto dove fumava un succulento agnellino e un bicchiere pieno di brodo bollente. Sempre con quello strano sorriso si avvicinò a Stefano e gli sollevò la testa accarezzandogli il volto pallido.
“Bevi – disse con dolcezza ma tradendo una certa fermezza – ti farà bene”.
Stefano si ritrasse gridando.
“No! Alberto, aiutami ti prego! La mia anima brucia”.
Alberto guardò quello strano essere che ricambiò con un’occhiata interlocutoria. “Proseguo? Quando avrò iniziato non potrò più fermarmi, altrimenti lui rischierà la vita”.
“Cosa vuoi dire?”. Alberto era disperato. Voleva piangere ma non poteva: doveva salvare Stefano.
“Voglio dire che sto facendo un incantesimo potentissimo che, se interrotto, potrebbe essere pericoloso”.
“Un incantesimo! Ma la stregoneria è male…”
“La stregoneria può salvarlo, finora il tuo Dio non ha fatto molto per lui…”. C’era un po’ di rancore nella voce del vecchio.
Scomparve di nuovo.
“No! Torna!”.
La figura con la tunica riapparve.
“Fai ciò che devi”.
L’uomo fece bere l’intruglio al ragazzo delirante. Stefano oppose resistenza, inarcò il busto all’indietro e si dimenò mentre il liquido caldo gli scendeva in gola. Il vecchio pronunciò alcune parole in una lingua morta.
Quando Stefano ebbe bevuto, gli fece addentare anche l’agnellino arrosto. Ancora una volta il ragazzo tentò di non ingoiare ma il vecchio riuscì a fargli inghiottire alcuni bocconi.
Alberto e il vecchio vegliarono Stefano tutta notte. Il loro salvatore gli accarezzava la fronte pronunciando parole incomprensibili e bagnandolo, di tanto in tanto, con il decotto.

Quando Alberto si svegliò era già mattina. Aveva smesso di nevicare e un bel sole splendeva nel cielo. Il vecchio era scomparso e Stefano dormiva placidamente: aveva la fronte fresca e non tremava più per la febbre.
“Vecchio!” – Chiamò Alberto – “Dove sei?”.
“Sono qui. Vedo che tuo fratello sta meglio. Sarebbe più prudente, forse, che voi steste qui un altro giorno ma penso che vorrete tornare a casa. I vostri genitori saranno preoccupati. Ho fatto arrivare qui alcuni pastori, vi troveranno tra qualche minuto e vi aiuteranno a tornare a casa. Ti indicherò la strada”.
“Come posso sdebitarmi?”.
“Non ce n’è bisogno, stai tranquillo. Ricordati solo di non dire di avermi visto: se tutti sapessero che so guarire dalle malattie la pace del mio eremo verrebbe turbata”.
Giunsero due pastori. Raccontarono di essersi persi seguendo una lupa che aveva ucciso alcune loro pecore.
Stefano era ancora debole e semicoscente, così i due uomini se lo caricarono a turno sulle spalle e li accompagnarono a casa.

“Questa volta scoprirò dove va”. Pensò Alberto squadrando il fratello che si allontanava dal pascolo.
Dopo la loro avventura tra i monti, Stefano, sebbene impercettibilmente, era cambiato. Passava molto più tempo da solo, spesso si assentava dal pascolo e qualche volta durante la messa lo aveva scoperto mentre si trastullava.
Alberto si mosse non appena l’altro scomparve dietro uno spuntone di roccia. Seguì Stefano da lontano, osservandolo mentre si inerpicava lentamente, come in trance, su un sentiero scosceso, pressappoco nella direzione in cui si erano persi quasi un mese prima.
Stefano non si accorse del fratello che lo seguiva. Come le altre volte si stava muovendo in uno stato di sonnambulismo. Dopo una mezz'ora di salita, si arrestò innanzi alla solita roccia piana, piena di incrostazioni. L’aquila aveva già appoggiato la sua preda sul masso. Non sapeva chi mandasse l’uccello né tanto meno chi fosse la preda. Era nudo e fragile, non poteva avere più una settimana di vita.
Alberto si fermò al riparo di un albero e osservò la radura dove suo fratello stava osservando famelico un neonato abbandonato lì da un grosso rapace.
“Stefano! – chiamò – portiamolo al villaggio e copriamolo, altrimenti morirà”.
Tutto accade in un attimo: Stefano prese in braccio il neonato e lo scagliò con violenza sulla pietra fracassandogli il fragile cranio.
Le deboli ossa, rompendosi, emisero un rumore di stecchi spezzati. Il ragazzo infilò la bocca nella spaccatura e si nutrì delle cervella del piccolo.
Alberto soffocò un conato di vomito. La gola gli si chiuse così strettamente che non riuscì nemmeno a gridare.

Era di nuovo nella grotta col vecchio. Stefano tremava in preda alla febbre e al delirio.
Nella grotta, questa volta, non erano soli.
Una processione di esseri traslucidi attraversava la caverna entrando nel cunicolo posto in fondo all’apertura di roccia. Emettevano lamenti sommessi, come condannati diretti al patibolo.
Stefano li vedeva e sembrava volerli scacciare con gesti goffi ed impacciati.
Ora li scorgeva anche Alberto.
Il vecchio aveva in mano un calice fumante, pieno di una sostanza cremisi.

(Sangue)
Nel piatto, dove c’era stato un agnello arrosto, ora era adagiato un neonato paffuto….
L’anziano montanaro, prima solo vagamente inquietante, aveva labbra viola e occhi privi di pupilla, immersi in un oceano di rughe. La barba lanosa mascherava appena le fauci spropositate da felino….


“No!!!!!”.
“Finalmente hai capito, stolto” - Lo rimproverò una voce interiore che non aveva mai udito – hai venduto l’anima di tuo fratello a qualcosa di più antico e infido di Belzebù in persona”
“Avevo paura”. Si giustificò lui.
“Sei un vile e così non l’hai protetto” - Lo incalzò la voce - Stefano ha provato a resistere ma quell’essere lo ha preso, perché tu non aveva saputo difenderlo”.
“Perdonami”.
“Chiedi perdono a quell’innocente”. Fu il rimbrotto ultimativo della vocina.

Stefano, cantando nella stessa lingua che aveva usato il vecchio per il suo maleficio, usò il corpicino sanguinante per tracciare strani disegni sulla pietra.

Alberto, solo con la sua colpa, abbandonato anche dalla fastidiosa vocina, non resistette.
C’era un burrone, poco lontano e lui vi si buttò, cercando sollievo nella morte, pur sapendo che la sua anima era destinata alla dannazione.

Da qualche parte, nei più profondi meandri della valle, in luoghi così vecchi da aver conosciuto i culti pagani dei primi uomini della pietra, si udì la risata catarrosa di un essere vecchio quanto le stesse polverose radici della montagna in cui viveva.

AUTORE - GABRIELE